Lo scavo archeologico di San Michele alla Verruca rappresenta una delle più lunghe esperienze archeologiche (1996-2003) che abbiano interessato un sito dell’Italia medievale e, sicuramente, il primo monastero estesamente indagato di tutta quanta la Tuscia. 

 

IL MONASTERO
Il monastero di San Michele alla Verruca sorge sul Monte Grande, a 440 m s.l.m., su un ampio pianoro sottostante al rilievo roccioso della Verruca dove sono ancora ben visibili i resti dell’antico castello pisano.
Il cenobio benedettino di San Michele è ricordato per la prima volta nel 996, mentre una chiesa privata situata nello stesso luogo era già attestata a partire dall’861. E’ solo nella prima metà del XII secolo però che i monaci benedettini riedificano interamente il monastero, tipicamente costituito da un chiostro centrale intorno al quale si distribuiscono la chiesa abbaziale e gli edifici canonici. E’ la facies romanica del complesso architettonico che si è conservata in planimetria fino ad oggi.
 
A partire dal 1260 l’abbazia passa ai Cistercensi ed entro la metà circa del secolo successivo il nuovo ordine monastico intraprende una serie di modifiche anche strutturali agli edifici per adattarli alle regole della loro liturgia. L’interno della chiesa ad esempio è nuovamente pavimentato suddividendo lo spazio in coro dei monaci, coro degli infermi, coro dei conversi.
Entro i primi decenni del XV secolo i monaci di San Michele abbandonano la loro casa per trasferirsi definitivamente nel monastero succursale di San Ermete in Orticaria nei pressi della città di Pisa.
Il complesso è nuovamente occupato sullo scorcio del Quattrocento, quando prima le truppe pisane e poi quelle fiorentine si stanziano a San Michele nell’ambito delle guerre per la conquista di Pisa.
Dalla fine del XV secolo il monastero risulta quindi in buona parte distrutto e nei secoli successivo i ruderi sono usati da carbonai e boscaioli come riparo temporaneo, fino al definitivo crollo anche della chiesa che avviene entro i primi decenni del XIX secolo. 
 
 
GLI SCAVI
LA SEQUENZA INSEDIATIVA E LA STORIA DEL MONASTERO
Il monastero di S. Michele alla Verruca è stato oggetto di indagini archeologiche dal 1996 fino al 2003. Le annuali campagne di scavo hanno permesso di ricostruire un’attendibile sequenza insediativa, anche nei suoi valori cronologici assoluti (pur con alcune incertezze per le fasi più antiche, di cui parleremo); e nel tempo si sono fatti più chiari anche i connotati qualitativi dell’insediamento, almeno di alcuni periodi.
 
Le principali fasi individuate sono:
 
1) la fase premonastica, quella cioè riferibile all’esistenza di una cappella con la medesima intitolazione (IX secolo).
La prima fase che corrisponde all’insediamento premonastico non ha restituito, alcuna documentazione archeologica; e questo sia in relazione agli elementi strutturali, sia ad eventuali materiali residui, che potrebbero certificare, almeno indirettamente, una frequentazione del luogo in età precedente. Come è noto, sono le fonti scritte che parlano dell’esistenza di una cappella (con la stessa intitolazione e la stessa ubicazione topografica che poi avrà il monastero), oggetto di un paio di negozi giuridici che vedono protagonisti il vescovo di Lucca e membri della famiglia degli Aldobrandeschi. Se la fondazione di un monastero su un’area precedentemente occupata da una cappella privata può spiegarsi con la cessione di beni da parte del proprietario (in questo caso il vescovo di Lucca) al costituendo cenobio benedettino (in forma diretta o in forma mediata tramite il monastero di Sesto), sul piano propriamente archeologico la continuità potrebbe essere testimoniata da un utilizzo della stessa cappella (e dei suoi annessi), almeno nelle fasi iniziali, quale chiesa monastica. Tuttavia la sequenza archeologica non ha restituito affatto tracce di questo insediamento, lasciando più di un’incertezza sulla sua presenza ed interpretazione.
 
2) la fase monastica benedettina, che non possiamo far risalire a prima della fine del X secolo.
La fase che corrisponde alla vita del monastero benedettino (contrassegnata nel tempo solo da documenti attinenti la consistenza patrimoniale del cenobio) è invece contraddistinta, sul versante archeologico, almeno da due principali momenti costruttivi. Il primo, che possiamo con buona ragione datare tra la fine del X e tutto il secolo XI, è rappresentato da poche, ma indiscutibili tracce di costruzioni, individuate sia nell’area della chiesa sia nella zona dove sono ubicati gli ambienti d’uso comunitario. Quel poco che resta, tuttavia, non è sufficiente a chiarire la funzione di tali strutture. Il secondo, collocabile nella prima metà del secolo XII, si riferisce invece ad una vera e propria ristrutturazione, che disegna, anche planimetricamente, il nuovo volto del cenobio. Questa seconda fase trova nelle fonti scritte solo testimonianze indirette: una potrebbe essere riconosciuta nella gestione di una cava di pietra localizzata sul Monte Pisano e l’altra in una serie di vendite di beni attestate proprio nella prima metà del XII secolo e che potrebbero essere in relazione con una necessità di liquidità da parte del monastero
 
3) la fase cistercense, cioè quella del momento in cui il monastero passò sotto il controllo del nuovo ordine (circa la metà del XIII secolo).
Il passaggio ai Cistercensi è chiaramente caratterizzato sul piano archeologico, ma non corrisponde, almeno agli inizi (seconda metà del XIII secolo, buona parte del XIV), con una volontà di disfarsi del cenobio, quale invece appare nelle fonti scritte. Ci sono alcune attività da questo punto di vista piuttosto significative.
La prima è la ricostruzione della sala Capitolare e della Chiesa; una ricostruzione che non solo prevede l’impiego, per la prima volta, del mattone, ma anche una riorganizzazione degli spazi nell’aula di culto che tende ad armonizzare il vecchio edificio con le esigenze del nuovo ordine. Che l’interesse dei Cistercensi non sia, almeno agli inizi, solo strumentale, ma miri anche al recupero funzionale del monastero, lo si deduce dall’azione del nuovo ordine verso la comunità laica, alla quale siamo certi di poter attribuire l’utilizzo di un gruppo di tombe ubicate sul sagrato 3. L’impianto di questa area cimiteriale non è, infatti,
anteriore all’arrivo dei Cistercensi e può, allora, essere interpretato come un tentativo da parte del nuovo ordine di attirare sul monastero consensi e risorse attraverso la gestione di spazi funerari.
 
4) la c.d. fase fiorentina, o meglio l’occupazione degli spazi del monastero da parte delle truppe fiorentine in occasione dell’assedio alla fortezza della Verruca verso l’ultimo quarto del XV secolo
Il declino della fase d’uso comunitario del monastero viene sancita, attraverso il dato archeologico, tra la seconda metà del ’300 e la prima metà del secolo successivo. I processi di abbandono non sembrano né immediati né lineari, ma che alcuni ambienti (come ad esempio quello con cantina sul versante ovest) fossero già collassati intorno a quel periodo lo si deduce in maniera chiara dai materiali rinvenuti al loro interno. Del resto anche i contesti presenti nel grande cortile testimoniano una situazione analoga. I monaci, dunque, dovettero abbandonare il cenobio prima dell’arrivo dei fiorentini, anche se non si può escludere che la chiesa fosse sottoposta a manutenzione (e anche officiata?) e l’area antistante usata ancora come zona funeraria. La chiesa (come peraltro testimoniano anche le fonti scritte) sembra infatti l’edificio meglio conservato al momento in cui le truppe decisero di utilizzare gli spazi del vecchio monastero per farne la sede del loro accampamento.
 
5) il definitivo abbandono e temporaneo riutilizzo dei ruderi, certificato dalle descrizioni di alcuni viaggiatori (tra cui quella del Targioni Tozzetti) e da tutta una serie di disegni, che trascrivono anche visivamente la situazione di degrado e di collasso delle strutture del monumento.
Questa sequenza è documentata di nuovo solo dall’evidenza archeologica. Frequentazioni occasionali, come ripari all’interno della grande cisterna o l’utilizzo della chiesa, sono certificati da ceramiche, strutture e livelli di frequentazione sui crolli o sugli edifici oramai in rovina. Da questo momento in poi, oltre che un’area di appoggio per quelle comunità legate ad un’economia del bosco, ciò che resta del monastero diviene una sorta di quinta scenografica per quanti, scrittori, disegnatori e paesaggisti, intendono illustrare le antichità sul Monte Pisano.