LA
SEQUENZA INSEDIATIVA E LA STORIA DEL MONASTERO
Il
monastero di S. Michele alla Verruca è stato oggetto
di indagini archeologiche dal 1996 fino al 2003. Le annuali
campagne di scavo hanno permesso di ricostruire un’attendibile
sequenza insediativa, anche nei suoi valori cronologici
assoluti (pur con alcune incertezze per le fasi più
antiche, di cui parleremo); e nel tempo si sono fatti più
chiari anche i connotati qualitativi dell’insediamento,
almeno di alcuni periodi.
Le
principali fasi individuate sono:
1)
la fase premonastica, quella cioè riferibile
all’esistenza di una cappella con la medesima intitolazione
(IX secolo)
la
prima fase che corrisponde all’insediamento premonastico
non ha restituito, alcuna documentazione archeologica; e
questo sia in relazione agli elementi strutturali, sia ad
eventuali materiali residui, che potrebbero certificare,
almeno indirettamente, una frequentazione del luogo in età
precedente. Come è noto, sono le fonti scritte che
parlano dell’esistenza di una cappella (con la stessa
intitolazione e la stessa ubicazione topografica che poi
avrà il monastero), oggetto di un paio di negozi
giuridici che vedono protagonisti il vescovo di Lucca e
membri della famiglia degli Aldobrandeschi. Se la fondazione
di un monastero su un’area precedentemente occupata
da una cappella privata può spiegarsi con la cessione
di beni da parte del proprietario (in questo caso il vescovo
di Lucca) al costituendo cenobio benedettino (in forma diretta
o in forma mediata tramite il monastero di Sesto), sul piano
propriamente archeologico la continuità potrebbe
essere testimoniata da un utilizzo della stessa cappella
(e dei suoi annessi), almeno nelle fasi iniziali, quale
chiesa monastica. Tuttavia la sequenza archeologica non
ha restituito affatto tracce di questo insediamento, lasciando
più di un’incertezza sulla sua presenza ed
interpretazione.
2)la
fase monastica benedettina, che non possiamo far
risalire a prima della fine del X secolo
La
fase che corrisponde alla vita del monastero benedettino
(contrassegnata nel tempo solo da documenti attinenti la
consistenza patrimoniale del cenobio) è invece contraddistinta,
sul versante archeologico, almeno da due principali momenti
costruttivi. Il primo, che possiamo con buona ragione datare
tra la fine del X e tutto il secolo XI, è rappresentato
da poche, ma indiscutibili tracce di costruzioni, individuate
sia nell’area della chiesa sia nella zona dove sono
ubicati gli ambienti d’uso comunitario. Quel poco
che resta, tuttavia, non è sufficiente a chiarire
la funzione di tali strutture. Il secondo, collocabile nella
prima metà del secolo XII, si riferisce invece ad
una vera e propria ristrutturazione, che disegna, anche
planimetricamente, il nuovo volto del cenobio. Questa seconda
fase trova nelle fonti scritte solo testimonianze indirette:
una potrebbe essere riconosciuta nella gestione di una cava
di pietra localizzata sul Monte Pisano e l’altra in
una serie di vendite di beni attestate proprio nella prima
metà del XII secolo e che potrebbero essere in relazione
con una necessità di liquidità da parte del
monastero
3)
la fase cistercense, cioè quella del momento
in cui il monastero passò sotto il controllo del
nuovo ordine (circa la metà del XIII secolo)
Il
passaggio ai Cistercensi è chiaramente caratterizzato
sul piano archeologico, ma non corrisponde, almeno agli
inizi (seconda metà del XIII secolo, buona parte
del XIV), con una volontà di disfarsi del cenobio,
quale invece appare nelle fonti scritte. Ci sono alcune
attività da questo punto di vista piuttosto significative.
La prima è la ricostruzione della sala Capitolare
e della Chiesa; una ricostruzione che non solo prevede l’impiego,
per la prima volta, del mattone, ma anche una riorganizzazione
degli spazi nell’aula di culto che tende ad armonizzare
il vecchio edificio con le esigenze del nuovo ordine. Che
l’interesse dei Cistercensi non sia, almeno agli inizi,
solo strumentale, ma miri anche al recupero funzionale del
monastero, lo si deduce dall’azione del nuovo ordine
verso la comunità laica, alla quale siamo certi di
poter attribuire l’utilizzo di un gruppo di tombe
ubicate sul sagrato 3. L’impianto di questa area cimiteriale
non è, infatti,
anteriore all’arrivo dei Cistercensi e può,
allora, essere interpretato come un tentativo da parte del
nuovo ordine di attirare sul monastero consensi e risorse
attraverso la gestione di spazi funerari.
4)
La c.d. fase fiorentina, o meglio l’occupazione
degli spazi del monastero da parte delle truppe fiorentine
in occasione dell’assedio alla fortezza della Verruca
verso l’ultimo quarto del XV secolo
Il
declino della fase d’uso comunitario del monastero
viene sancita, attraverso il dato archeologico, tra la seconda
metà del ’300 e la prima metà del secolo
successivo. I processi di abbandono non sembrano né
immediati né lineari, ma che alcuni ambienti (come
ad esempio quello con cantina sul versante ovest) fossero
già collassati intorno a quel periodo lo si deduce
in maniera chiara dai materiali rinvenuti al loro interno.
Del resto anche i contesti presenti nel grande cortile testimoniano
una situazione analoga. I monaci, dunque, dovettero abbandonare
il cenobio prima dell’arrivo dei fiorentini, anche
se non si può escludere che la chiesa fosse sottoposta
a manutenzione (e anche officiata?) e l’area antistante
usata ancora come zona funeraria. La chiesa (come peraltro
testimoniano anche le fonti scritte) sembra infatti l’edificio
meglio conservato al momento in cui le truppe decisero di
utilizzare gli spazi del vecchio monastero per farne la
sede del loro accampamento.
5)
il definitivo abbandono e temporaneo riutilizzo
dei ruderi, certificato dalle descrizioni di alcuni viaggiatori
(tra cui quella del Targioni Tozzetti) e da tutta una serie
di disegni, che trascrivono anche visivamente la situazione
di degrado e di collasso delle strutture del monumento.
Questa sequenza è documentata di nuovo solo dall’evidenza
archeologica. Frequentazioni occasionali, come ripari all’interno
della grande cisterna o l’utilizzo della chiesa, sono
certificati da ceramiche, strutture e livelli di frequentazione
sui crolli o sugli edifici oramai in rovina. Da questo momento
in poi, oltre che un’area di appoggio per quelle comunità
legate ad un’economia del bosco, ciò che resta
del monastero diviene una sorta di quinta scenografica per
quanti, scrittori, disegnatori e paesaggisti, intendono
illustrare le
antichità sul Monte Pisano
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